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La necropoli protostorica dell’ITALCABLE: “Altro che Volsci!”

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di Mauro Agostini

Anzio ha avuto, almeno dalle sue origini e fino alla caduta dell’impero romano d’occidente (476 d.C.), una continuità di vita che affonda la sua nascita nella remota preistoria, e ciò è dovuto sia alla posizione favorevole dei suoi approdi sulla costa tirrenica, sia dall’attestarsi nel suo immediato retroterra di itinerari, percorrenze, sentieri di transumanza,  consolidatisi nel tempo in un vero e proprio sistema viario. Ciò ha consentito, insieme alla bellezza naturale dei luoghi ed al suo particolare microclima, una frequentazione cospicua di genti e lo sviluppo di commerci  con scambi di merci, prodotti artigianali,(da segnalare il commercio dell’ossidiana proveniente dalle isole pontine: Palmarola in particolare), e conseguente movimento di uomini con il loro portato di idee, culture e religioni(Fenici, Punici, Etruschi  Greci) che contribuirono a fare di Antium uno dei soggiorni più deliziosi e incantevoli dell’impero romano.

E’ estremamente difficile dire con esattezza quando l’uomo frequentò e si insediò per la prima volta nei ripari e negli anfratti chele selve boscose attorno al promontorio di Capo d’Anzio gli offrivano; tuttavia la sua presenza è documentata già nel Paleolitico inferiore. In particolare, tra i vari reperti noti, è da menzionare un’ “amigdala” rinvenuta durante lo sbancamento per  la costruzione del campo sportivo comunale, che probabilmente rappresenta il più antico strumento scheggiato dell’uomo preistorico del territorio di Anzio. Studi sul reperto lo fanno risalire alla cultura “acheulana” con datazione che oscilla attorno ai 150.000 anni fa(Homo Neanderthalensis).

E’ necessario ora contestualizzare la presenza umana nel territorio di Anzio al periodo storico-culturale che più ci interessa e dal quale, per fasi successive, si giunse alla creazione dell’abitato della città. Partiamo, in epoca protostorica, dal “Bronzo finale”(1200-1100 a.C.), periodo contraddistinto da una serie di manifestazioni, tra loro variamente interconnesse e riscontrabili su quasi tutta la penisola: elementi tipologici delle produzioni artigianali ceramiche(argilla d’impasto non depurata, modellata a mano e senza tornio) e metallurgiche e diffusione generalizzata dell’incinerazione. La lavorazione del bronzo raggiunge un livello altissimo per aspetti tecnici ed estetici con prodotti legati a varie attività: agricoltura, tutte le lavorazioni artigianali, attività belliche, elementi di prestigio, abbigliamento e toletta personale. In Italia centrale, basandosi sulle evidenze funerarie e la distribuzione dei manufatti in metallo è possibile isolare una “facies mediotirrenica”. In particolare il rito funebre tramite uso di un contenitore(ceramico o pietra) che contiene l’ossuario e il resto del corredo. L’ossuario può essere biconico o vaso a collo o olla, con presenza di coperchi a forma di elmo o copricapo o costituito da una scodella o da una ciotola e di elementi di corredo in miniatura e di preminente carattere simbolico. Ulteriore divisione, sulla base delle evidenze funerarie e delle produzioni metallurgiche determina  5 gruppi distinti. I 2 più consistenti sono quelli di Tolfa/Allumiere(TA) e Roma/Colli albani(RCA1), diffusi rispettivamente nel Lazio sett.le e in quello merid.le (il Latium vetus della tradizione antica). Gli altri sono quelli di: Terni1, Fucino, Volturno.

Nell’età del “Primo ferro”(1000-750), con evidenze in massima parte legate al rito funebre, si delinea un quadro archeologico in continuità con quello del “Bronzo finale”. Nel “Primo ferro” si delineano i seguenti gruppi: Terni2 e 3, Bisenzio, Tarquinia e Roma/Colli albani2 e 3, più altri in Campania. Le fonti letterarie antiche diventano più numerose riguardo il popolamento e si menzionano: Etruschi, Latini, Umbri e altri popoli. Si delineano facies archeologiche regionali che evidenziano  il connubio tra gruppi etnici e cultura. Da sottolineare nelle sepolture che la presenza dell’ “ossuario biconico” in vaste aree diventa elemento identificativo del concetto di “Cultura Villanoviana”(spesso ritenuta come 1^ fase della civiltà etrusca), e che tale elemento nella fase terminale del “Bronzo finale” del  gruppo Roma/Colli Albani è assente. Con la prima età del ferro il rito funerario della cremazione diminuisce notevolmente e nella fase più antica si nota alternanza di zone con rito esclusivo della cremazione, zone a sola inumazione e altre a rito misto. Alla fine dell’VIII° sec. si ha, tranne alcune zone dell’Etruria  sett.le, solo inumazione.

Nel gruppo RCA(Roma/Colli albani) che ormai si può identificare come “facies laziale”, è noto l’uso di urne a capanna in rappresentanza più di luoghi di culto che di abitazioni e con presenza di oggetti miniaturistici riproducenti oggetti di corredo: coltelli, rasoi, vasellame e di una figuretta fittile di orante, offerente o di celebrante (forse lo stesso defunto)che sono deposti all’interno dell’urna/santuario. Questa “facies laziale” è il contesto culturale, pertinente anche all’abitato dell’Anzio protostorica, che territorialmente coincide in massima parte con il Latium vetus della tradizione antica.

Essa è stata così periodizzata:

1° periodo laziale(bronzo finale)-circa XI° sec. a.C.;

2° periodo laziale(prima età del ferro)-circa X°/IX° sec.: suddiviso in fase 2°A (1020-950 a.C.) e fase 2B (950-880 a.C.); 3° periodo laziale-IX°/VIII°sec.: suddiviso in fase 3A (880-800 a.C.) e fase 3B (800-725 a.C.);

4° periodo laziale: suddiviso in fase 4A e 4B (“orientalizzanti” /fine VIII°sec. inizio VI° sec. a.C.).

Inizialmente nel territorio si attestò il ruolo dominante dei Colli Albani, poi, grazie all’intensificazione dei collegamenti con Etruria e Campania tramite i guadi, per l’attraversamento del Tevere, e la Valle Latina, si ebbe la crescita del ruolo di Roma nel 3° e 4° periodo della facies laziale e si consolidò il processo di formazione urbana di tutti i maggiori centri del Lazio: Roma un po’ prima e poi Lavinio, Anzio, Satricum, Palestrina. Per quanto concerne Anzio, evidenze sulle occupazioni protostoriche sono significative, seppure frammentarie e disomogenee. Le più eloquenti provengono dalla zona a Nord dell’”arco muto “con emersione di una necropoli con tombe documentanti una deposizione continuata dal “bronzo finale” a tutta l’età del ferro e fino al I° sec. a.C.. Il primo ritrovamento avvenne nel 1925 durante i lavori per la costruzione dell’edificio dell’”Italcable”(attuale Centro difesa elettronica), lungo la via Ardeatina (altezza dello stabilimento “Rivazzurra”). Ci furono due campagne di scavo(maggio e settembre) dirette da U.Antonielli (Direttore del Museo preistorico etnografico di Roma)i cui corredi si trovano nel Museo  L.Pigorini (purtroppo non pervenuti distinti). Il ritrovamento di appunti dell’Antonielli, morto prima della loro pubblicazione, ha consentito una parziale ricostruzione: furono scoperte circa 30 sepolture a fossa e 5 a pozzetto , di cui di una si riuscì a ricomporre il corredo (archeologo P.G.Gierow) e la cui tipologia degli elementi e la composizione del corredo permettono di inquadrare la sepoltura nel 1°periodo laziale.

Lo scavo di questa necropoli e lo studio delle sue sepolture ebbero il grande risultato di poter dimostrare che il primitivo insediamento di Anzio era formato da popolazioni latine e non volsche. A  tal proposito il 14 maggio 1925 così scriveva entusiasticamente U.Antonielli a Roberto Paribeni (Sopraintendente agli scavi e musei della provincia di Roma).

Chiarissimo Paribeni, altro che elmo di Coriolano! Se c’è un Santo Protettore degli scavi, io sono certamente e bene sotto la sua protezione….1^ trincea di scavo 4 tombe(1 vuota?). D’età repubblicana con 4 vasetti etrusco-campani, una alla cappuccina che non mi sono ancora curato di esplorare. Due tombe a cremazione, di cui una, autentico e tipico pozzetto: olla-ossuario, 4 vasi di corredo, grandi blocchi sopra. Un vaso scoperto nella prima tomba a incinerazione, più piccolo dell’altro, è a reticolato o a maglia: Prisci Latini-Terramaricoli. Ecco l’importanza di ciò che viene fuori. Altro che Volsci!…..

TERRAMARICOLA, Civiltà. – Cultura protostorica che prende nome dal termine emiliano “terra marna”, indicante un tipo di terreno particolarmente fertile per la ricchezza di resti organici. È diffusa nell’Emilia (province di Parma, Piacenza, Modena e Reggio) e nella Lombardia meridionale, durante l’Età del Bronzo Media e Recente con attardamenti fino all’Età del Ferro.  La comparsa dei primi campi di urne nell’Italia centromeridionale è stata collegata con possibili spostamenti di gruppi terramaricoli avvenuti verso la fine del II millennio, a causa del peggioramento del clima dell’Italia settentrionale. La cultura delle terramare fu considerata d’importanza fondamentale nello svolgimento della preistoria italiana, e addirittura collegata con le origini di Roma.

 

Allegato: immagine da Google Earth dell’area della necropoli, oramai ricoperta di case, ma ancora presente nel sottosuolo.

Anzio area necropoli protostorica in prossimità Caserma militare e Via Bengasi

ANZIO. VALLO VOLSCO: VALLO ITALICO TIRRENICO

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Di Angela Pensword

Dopo avere saputo dell’esistenza ad Anzio del sito archeologico “Vallo Volsco” ho voluto approfondire l’argomento, così ho deciso di sentire l’architetto Paolo Prignani, esperto in materia di storia, archeologia e di urbanistica del territorio.

Intanto vi posso dire che il Vallo Volsco non è solo il luogo dove dovrebbe sorgere l’orto botanico di Anzio, ma una struttura difensiva che si delinea per quasi 4 kilometri a protezione dei confini urbani della antica Antium.  I popoli che abitavano questa zona si insediarono in un piccolo territorio, coincidente con Capo d’Anzio, rialzato a strapiombo sul fronte mare (in media 17 ml.), pianeggiante per un primo tratto intorno al mare (valle d’Anzio) poi sormontato da un altura (in media 45 ml. s.l.m., attuale S. Teresa); il tutto era delimitato a monte e lateralmente a ponente fino al mare dal largo alveo secco di un antico fiume (paleofiume). Questo avvallamento fu utilizzato per difendere la parte a monte dell’altopiano, a protezione del territorio stesso. All’interno di questo territorio si coltivava, si viveva, si costruivano prima piccoli villaggi, poi unendosi,  una cittadina ed una parte di storia. Il territorio di Anzio è da sempre adatto all’insediamento umano, ed è stato abitato da molto tempo prima dei Volsci (V sec a.c.) e dei romani (III sec a.c.), e tutte le popolazioni precedenti, italiche-tirreniche (pirati tirrenici) hanno utilizzato l’avvallamento come forma di protezione del territorio. Nel II millennio a.c. viene completato il vallo, scavando il tratto mancante fino alla costa di levante, per garantire la protezione del centro abitato. Sulla fine del millennio inizia la fortificazione del vallo con la costruzione di un “agere” per creare la città murata. Datazioni al carbonio 14 arrivano a datare parti della base del muro di fortificazione all’XI sec a.c.. Quindi il Vallo e l’agere sono senz’altro più antichi dell’insediamento dei Volsci. È per questo che l’architetto Paolo Prignani afferma che in realtà chiamare questo vallo come “Vallo Volsco” è una denominazione  popolare, antistorica: la denominazione corretta sarebbe “Vallo Italico-Tirrenico”.

Il Vallo si estende da ponente a levante, da mare a mare: penetra nell’entro terra e risale, abbracciando tutto il promontorio di Anzio con il pianoro retrostante. Lo si può ben vedere dalla foto presa dal dirigibile nel 1912 (vedi fig. 1).

fig.1 Anzio nel 1912 foto dal dirigibile
fig.1 Anzio nel 1912 foto dal dirigibile

Il  Vallo Volsco ha un perimetro di 3.900 metri, una sorta di piccola muraglia cinese. In realtà la realizzazione del  vallo è il rovescio di quella della muraglia cinese, perché nel nostro caso è avvenuta scavando maggiormente la fossa del perimetro e riportando a monte del perimetro interno la terra tolta dalla fossa stessa. Il terreno di questo piccolo altopiano naturale non era tutto allo steso livello, quindi in alcuni casi i lavori di protezione e fortificazione del perimetro sono stati molto impegnativi.

Giuseppe Lugli (archeologo italiano che ha svolto studi e sopralluoghi su Vallo Volsco), nel 1939 ipotizza, a seguito del ritrovamento di un tratto di  muro formato da quattro grossi blocchi di tufo in altezza per due di base, che per contenere maggiormente la terra riportata venne costruito prima un muro di contenimento per evitare lo scorrimento della terra a valle (vedi fig. 2), e che, in alcuni casi, la terra tolta dalla fossa venne riportata anche sul lato esterno del perimetro, per rendere meno agevole la discesa di eventuali invasori .

Gli scavi e gli studi condotti relativamente a questo sito archeologico, tra il 1980/81 e intorno al 1995, hanno accertato che la fortificazione ha avuto più di una revisione nel corso dei secoli. Le prime opere di fortificazione  del vallo  sono state effettuate nel corso della prima età del ferro (XI sec a.c.) . Successivamente i popoli che si sono susseguiti hanno necessariamente apportato rafforzamenti e modifiche dove necessario. Nel tempo difatti si ha l’occupazione dell’intero pianoro. La costruzione dell’intero agere viene stimata tra la fine del IX sec  a.c. e l’inizio del VII sec a.c.. Nel 493 a.c.. i volsci si insediano in questo territorio. E nel 338 a.c. Antium diventa romana.

Parti del Vallo sono ancora visibili oltre che nella campagna a monte di S. Teresa anche all’interno della attuale città di Anzio. Un esempio è la foto che raffigura un muro di Via Roma (vedi fig. 3). Nella Anzio moderna parti dell’agere sono state inglobate in altre costruzioni, nel divenire della trasformazione urbana.

Purtroppo, dell’antica opera difensiva che delinea i confini di Antium antica non è rimasto molto, questo sia ad opera del tempo, e quindi per cause naturali, e sia opera dell’uomo, con l’agricoltura prima, e con l’abusivismo dopo.

Di seguito sono inserite due piantine. La prima, fig.4, è un disegno schematico, del 1939, dell’Architetto Luigi Crema che riporta l’intero perimetro del Vallo di Anzio inserito nella piantina della città. La seconda, fig. 5, è un disegno dell’Architetto Paolo Prignani nella quale viene riportato in verde il perimetro del Vallo di Anzio nella piantina raffigurante la Anzio romana.

 

 

Riporto alcune risposte avute dall’architetto Paolo Prignani:

Cosa è esattamente Vallo Volsco?

Il Vallo è una struttura difensiva che nasce utilizzando una depressione naturale del terreno, spesso  fortificandone la parte a monte. Prima di tutto si metteva a nudo, senza la vegetazione, l’avvallamento e si accentuava il fossato asportando della terra che veniva portata sulla parte a monte.  In casi, come ad Anzio, si costruiva un muro, l’agere, a monte dell’avvallamento, che rendeva difficile la scalata e facilitava la difesa del villaggio murato.  Gli eventuali invasori dovevano scendere in questa specie di fossa e poi si ritrovavano, allo scoperto, di fronte ad una ripida parete (ad Anzio alta circa 15 ml.) dall’alto della quale i difensori potevano facilmente dardeggiare e colpire gli aggressori. Per costruire i valli In genere si sfruttavano dei canaloni, quasi sempre formati dall’erosione fluviale, che racchiudevano al loro interno i rilevati su cui sorgeva il villaggio. Tale  morfologia del terreno è tipica della campagna romana, solcata da innumerevoli corsi d’acqua che hanno origine dalle falde del vulcano laziale (Castelli romani).  infatti la presenza del vallo è tipica degli antichi centri di pianura prelatini del “Latium Vetus” (regione delimitata dal fiume Tevere, dagli spartiacque dei monti Prenestini, Lepini, Ausoni e dal mar Tirreno) come Ardea, Lavinium (Pratica di Mare – Pomezia), Longula (Casale del Riposo – Aprilia), Collerotondo (S: Anastasio – Anzio), Satricum (Le Ferriere di Nettuno) e altri. Bisogna precisare che per Vallum si intende tutto il sistema difensivo che comprende sia la parte naturale dell’avvallamento e sia la parte scavata e/o costruita dall’uomo.

Quindi il sito archeologico di Vallo Volsco non si trova solo dove è prevista la realizzazione dell’orto botanico di Anzio?

Quello è solo un tratto del vallo. Il vallo si estendeva da mare a  mare. Da ponente, rigirava intorno ad Anzio, e riscendeva sul levante, e chiudeva completamente la città intorno al porto, motivo principe dell’esistenza di Anzio. Nella parte di ponente il Vallo seguiva più o meno Via Andreina  per scendere  a mare.

Quando è stato costruito il Vallo di Anzio?  Il Vallo nasce in un epoca imprecisata, almeno la parte scavata dall’uomo.  Ma le datazioni al carbonio 14 hanno messo in evidenza che le basi dell’agere risalgono all’XI sec a.c., quindi parliamo del 1.100 a.c..

Da chi è stato costruito il Vallo?

Le datazioni al carbonio 14 indicano il 1.100 a.c. come periodo di costruzione delle prime opere di fortificazione del vallo. A popolare queste parti in origine erano genti legate all’uso del mare di origine ligure – ibera che coabitando e fondendosi con le stirpi fenicie e greche penetrate nel III – II millennio a.c.  generarono le varie etnie laziali, che presentavano una base culturale comune ma caratteristiche diverse determinate dalle diverse strutture e dalle diverse risorse dei territori di vita. Del resto il territorio di  Anzio, sin dal mesolitico (10.000 anni a.c. era in cui la crosta terrestre si è assestata nella forma attuale)  si è dimostrato adatto all’insediamento umano. Da allora si sono susseguite diverse popolazioni. In località “le vignacce” (sarebbe l’attuale zona di Anzio denominata Santa Teresa) sono stati ritrovati resti di oggetti fittili (ossia di argilla ) che risalgono dal  VII sec a.c. al  IX sec a.c., quindi arcaici. Come vi sono stati ritrovamenti di tombe ad incenerizzione, risalenti agli stessi periodi, poco fuori dal vallo verso il mare a ponente che testimoniano l’insediamento di popolazioni laziali legate alle culture dei colli albani. Ogni popolazione che da allora ha abitato in questi luoghi, parliamo di popolazioni laziali-tirreniche, hanno contribuito alla fortificazione del vallo.

Perché viene chiamato Vallo Volsco? Perché fino a poco tempo fa le credenze popolari, non documentate ma basate sulle leggende, facevano credere che fossero stati i volsci a insediare la città e a compiere questa opera difensiva  nel territorio di Anzio. In realtà il Vallo è senz’altro più antico della calata dei Volsci.  I volsci arrivarono in questo territorio intorno al V sec a.c., ma anche le popolazioni precedenti, italiche e tirreniche, avevano già utilizzato questa depressione come struttura di difesa, modellandola e fortificandola. È per questo che il termine esatto per nominare il vallo presente ad Anzio deve essere Vallo Italico Tirrenico.

Le cave di macco scavate nella parete del Vallo dove dovrebbe sorgere l’orto botanico sono state fatte dai volsci? Assolutamente no. Probabilmente sono state scavate nel corso del ‘700 per volontà del Cardinale Corsini che era proprietario di gran parte della zona, e di tutte le parti di territorio che contenevano materiale da costruzione.

Perché Vallo Volsco è importante come sito archeologico? Perché è un esempio ancora ben conservato e visibile di questa tecnica difensiva, e anche per le dimensioni e il considerevole perimetro di sviluppo. Inoltre è un segno urbano  identificativo e caratteristico della forma e della storia di questo territorio insomma un “Genius Loci”, una memoria viva.

Quale è il problema del sito archeologico di Vallo Volsco? Il problema è che nonostante decreti ministeriale e vincoli archeologici il vallo è stato invaso dall’abusivismo, quindi, in pratica, è stato fortemente alterato nella sua continuità. È stato fatto più danno a tale sito archeologico (come ad altri) nell’ultimo secolo per opera dell’uomo che nei millenni precedenti. (Al riguardo raffrontiamo due foto, la foto del territorio scattata nel 1912 dal dirigibile, fig.1,  ed una immagine recente presa da Google Heart 2006, fig.6).

Come si potrebbe maggiormente tutelare? La protezione di questo sito è difficile. È rimasto poco dell’antico vallo. Quello che si può fare subito è mantenere il segno perché il segno è già un grande valore storico.  Poi evitare di creare ulteriore danno, e quindi costruire in base a dei vincoli che tutelino i siti archeologici. Inoltre, molti dei ritrovamenti stanziali che erano presenti nel vallo non sono più presenti in quanto sono deperiti, spariti, distrutti, alcune tombe non sono né valorizzate e né protette, ed altri reperti, ancora, sono certamente interrati e da scoprire. Quindi salvaguardare ciò che al suo interno è un obiettivo prioritario. È importante comunque fare una mappatura dei beni e dei reperti per costruire un archivio storico. Inoltre, forse pensare ad un “percorso archeologico” attrezzato con punti di osservazione, segnaletica e informazione didattica, piccoli servizi di documentazione e sosta, pista ciclabile, telecamere di sorveglianza, ecc., potrebbe essere un’idea per rendere fruibile a tutti questo sito archeologico e non solo, per rendere partecipe il divenire della città moderna alla sua evoluzione storica.

L’idea di Prignani di un “percorso archeologico” con annessa pista ciclabile lungo il perimetro del Vallo è certamente un’idea interessante, ma se si considera che per la realizzazione dell’orto botanico di Anzio, che occupa una spazio infinitesimale del perimetro del Vallo, sono stati spesi quasi un milione di euro per realizzare poi il nulla viene da se capire che prima di valorizzare anche solo alcune parti del Vallo bisogna risolvere altri problemi a monte che non riguardano il  Vallo e la sua valorizzazione.

Ancora una volta viene da osservare quanta storia sia presente nel nostro territorio, ed al tempo stesso viene da osservare quanta di questa storia non sia adeguatamente valorizzata e conosciuta, soprattutto da chi dovrebbe amministrarla.

Per chiudere vorrei citare una frase di Giulio Carlo Argan pronunciata nell’introduzione al convegno “Interventi nel centro storico”  tenutosi a Roma nel 1978.

 “… il problema dei centri storici sarà risolto nel giorno in cui non se ne parlerà più, cioè non si parlerà più di un problema del centro storico separato e distinto dal problema dello sviluppo e della evoluzione del nucleo urbano nella sua totalità. … Il problema del centro storico sarà risolto nel giorno in cui il centro storico non sarà più una specie di cittadella, di acropoli all’interno della città, ma storica sarà considerata e intesa la città nel suo complesso, nel suo tracciato. … A quel momento quelle popolazioni che si sono accumulate alle periferie della città, che vivono tuttora in una condizione di subcittadinanza, che significa poi di substoricità, avranno acquisito il pieno diritto di cittadinanza, cioè un pieno diritto di partecipazione alla realtà storica e al destino storico della città. … Il giorno in cui l’abitante delle borgate, potrà fruire interamente della cultura urbana, cioè vivere, partecipare di quell’accumulo di beni  che si è determinato nel tempo nel centro cittadino, bene, allora il problema del centro storico non sarà più quello di difendere una specie di riserva, di parco culturale, ma sarà semplicemente quello di curare lo sviluppo storico della città.” 

 

Bibliografia:

“Saggio sulla topografia dell’antica Antium” di Giuseppe Lugli. Dalla Rivista del R. Istituto d’archeologia e storia dell’arte anno VII fasc. I-III.

“Anzio: saggi di scavo su Vallo Volsco” di Roberto Egidi e Alesandro Guidi. Dal Ministero per i beni e le attività culturali Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio, Lazio e Sabina scoperte scavi e ricerche 5 Atti del Convegno (Roma 3-5-dicembre 2007) L’Erma di Bretschneider.

Consulenza dell’archeologo Paolo Prignani, esperto di archeologia, di storia e di urbanistica del territorio di Anzio.